Ancora nessuna rivendicazione?

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Apri gli occhi una mattina come tutte le altre e mentre stai pensando a quello che devi fare in giornata e a quello che non farai, prendi lo smartphone ancora in carica e dai un’occhiata a Facebook, o a Instagram. E mentre stai scorrendo le solite cavolate, ti capita sotto gli occhi un post in cui c’è scritto che l’Avis di Rieti ha bisogno di sangue, che per donare ci sono orari appositi e numeri di telefono a cui rivolgersi. Ormai siamo abituati a riconoscere i segnali. E quello è il segnale chiaro e forte di un’altra catastrofe. Ti alzi, vai in cucina e tua madre sta stirando guardando l’ennesima diretta, l’ennesima edizione straordinaria. Non c’è bisogno di dire niente, ormai siamo abituati anche a questo, e quindi semplicemente ci prepariamo al flusso costante di notizie, al numero dei morti destinato a crescere e ogni volta a sperare che sia il definitivo, alle interviste (un po’ inutili, mi sia concesso) agli sfollati spauriti e in lacrime.

Succede qualcosa di tragico e anche io, come tutti gli animali social di questo dannato secolo, sento il bisogno di scrivere qualcosa, nell’illusione stupida che possa servire, in qualche modo. Mi sono imposta l’abitudine, però, di aspettare. Uno, due giorni, il tempo di cui ho bisogno per superare la prima ondata di dolore e vedere le cose con il minimo di lucidità richiesta quando si decide di ammorbare gli altri con i propri sproloqui. Quindi, eccomi qui a ripensare agli eventi che hanno cambiato un’altra volta il nostro mondo così come lo conoscevamo. 250 morti (per ora) pesano come un bollettino di guerra sulla storia di famiglia di questo tormentato Paese.

Però ancora non sono riuscita a farmi un’idea precisa di quello che è successo, e di cosa sta succedendo nel nostro animo di “congiunti” delle vittime, perchè facendo un giro sul web ci ho capito ben poco. Ecco cosa ho appreso: che in Italia paghiamo la casa agli immigrati, quindi adesso come minimo dobbiamo sfrattarli e rimandarli a casa loro. Perchè immagino che il primissimo problema di chi ad Amatrice, a Pescara del Tronto, ad Accumoli, ad Arquata, ha perso casa, famiglia, averi, progetti di vita, speranze per il futuro, sia esattamente quei famosi 30, 50, 60, 1000, 2000 (a seconda delle varie versioni della leggenda metropolitana) euro che quotidianamente tutti gli immigrati riscuotono come una mazzetta dall’Italia (personificata, me la immagino, con tanto di mantello tricolore). Immagino proprio che chi sta scavando a mani nude nelle macerie del proprie passato sgretolatosi davanti ai propri occhi stia pensando esclusivamente a questa Unione Europea che ci riempie di immigrati che ci rubano il lavoro. Quindi, quasi quasi, meno male che è cascato il mondo, due notti fa: abbiamo una scusa in più per non volere questi pericolosi immigrati e rispedirli da dove sono venuti, per rimandarli nelle loro case inesistenti, sgretolatesi sotto la forza distruttrice non di un terremoto, ma di una bomba.

Ho appreso che il Presidente del Consiglio è uno spendaccione perchè ad Amatrice ci è andato con l’elicottero. Che non ci doveva andare, perchè non è eletto e ha fatto riforme brutte. Ho appreso, quindi, che il fatto che paghiamo troppo troppi parlamentari, che alle televisioni hanno messo il bavaglio e che gli alieni stanno tramando per distruggere la terra è la nostra priorità anche mentre dobbiamo affrontare gli occhi spauriti di chi si è svegliato d’improvviso di notte mentre la vita gli veniva risucchiata sotto i piedi.

Ho appreso che dalla tastiera di un pc sono tutti potenziali direttori della Protezione Civile, nessuno ha momenti di esitazione, di smarrimento, di paura; nessuno si domanda come far fronte adesso alla tragedia perchè tutti sanno già che, a prescindere, quello che verrà fatto non andrà bene perchè si doveva fare diversamente.

Ho appreso che Dio ci punisce per le Unioni Civili mandando terremoti e calamità naturali random. Che probabilmente Dio è d’accordo con una lobby non meglio specificata che fa accadere tutto alle 3.30 (circa) di notte. Che esistono le “catastrofi naturali”, e che il fatto che nessuno dei luoghi colpiti fosse stato messo in sicurezza non ha la minima incidenza sul numero dei morti. Che in Italia, zona sismica da millenni, si costruiscono ospedali su una faglia ma non è importante verificare che siano antisismici, ma che l’unico vero problema sono gli immigrati e su questo non si discute.

Insomma, in definitiva, ho appreso che siamo un Paese che perirà sotto un cumulo di macerie un pezzo per volta, ma da questi politici corrotti e insensibili non si fa infinocchiare. E che se aspettiamo un altro po’ forse l’Isis rivendicherà anche questa strage e avremo tutti il cuore un po’ più leggero.

Questa guerra, la combatto a modo mio

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Ho aperto gli occhi ancora una volta in un mondo che non era più quello del giorno prima. Sono andata a dormire alle 3, la notte dell’attentato di Nizza, perchè mentre prendevo posto nel mio letto era partita l’ennesima edizione straordinaria del TG che mi aveva tenuta incollata allo schermo del televisore e mi aveva impedito, per un po’, di addormentarmi. E la mattina dopo, ancora una volta mi sono svegliata con la consapevolezza che niente fosse esattamente come ventiquattr’ore prima, nonostante tutto sembrasse uguale a se stesso.

Questa volta, però, non ho voluto scrivere nulla se non dopo averci riflettuto sopra per un po’. Mi sono data il tempo di metabolizzare quello che era successo, di commuovermi davanti al racconto di figli tornati dai propri lavori in giro per il mondo per cercare i genitori fra le corsie d’ospedale che accoglievano i feriti della strage della Promenades des Anglais, o guardando i funerali di Stato a Corato per le vittime del disastro ferroviario che aveva colpito, poche ore prima, la Puglia. Che comunque è pur sempre la “mia” Puglia. Prima di cercare giustificazioni, complotti, argomentazioni politiche e sociali contro il revival dei sentimenti guerrafondai che infiamma i social all’indomani di eventi come quello di Nizza, prima di prendere una posizione, questa volta, mi sono concentrata sulle vittime. Ho seguito una strada diversa: prima di gridare a questo o a quello scandalo, prima di difendere qualcuno o qualcun altro, mi sono lasciata andare per un po’ al dolore. Credo che ci concentriamo sugli aspetti politici di una vicenda, sulla battaglia da ingaggiare su facebook o su twitter con questo o quel razzista o salviniano in casi come questi, anche per non riflettere appieno su quello che è accaduto, per evitare di confrontarci con la disperazione di una festa finita in tragedia. Strepitiamo e urliamo ragioni e insulti, in queste situazioni, per coprire istintivamente il suono dello strazio e delle lacrime di chi ha perso davvero tutto e con cui non vogliamo, realmente, confrontarci. Quindi, questa volta, per un po’ ho preferito restare in silenzio e ascoltare quelle lacrime.

E farle mie. Perchè c’è un filo rosso che accomuna il dramma di Nizza con quello di Corato: la sensazione netta, vivissima, che potevo esserci anche io in quel momento su quel lungomare a guardare quei fuochi o su quel binario a tornare a casa dopo essere andata all’Università. E non perchè sia mai stata a Nizza o a Corato, ma perchè se chiudo gli occhi mi ci rivedo ventimila volte, mano nella mano con i miei genitori da piccola, o con le amiche a scherzare da grande, a camminare in piena festa patronale illuminata come fosse giorno, naso in su a guardare i fuochi d’artificio. E non puoi neanche lontanamente immaginare che qualcuno possa farti del male in un momento così bello, forse per l’illusione stupida che non si possa distruggere la bellezza con tanta facilità. Insomma, ti sembra impossibile che qualcuno prenda un coltello e distrugga con due squarci netti “Il bacio” di Klimt, no? Ecco, una serata d’estate e una festa in città sono belle come un quadro di Klimt. E devono rimanere belle. Non c’è spazio, nel tuo cuore, per la distruzione e l’orrore, in tutta quella bellezza. E ugualmente mi ci rivedo ventimila volte e una sul sedile di un treno che viaggia su un binario unico, mentre torno a qualcuna delle mie case. E non puoi immaginare che la tua vita finisca lì, così, mentre stai viaggiando verso qualcosa.

Sono due stragi così lontane nelle forme e nelle dinamiche e nei contesti da non potersi minimamente accostare, lo so, eppure c’è stato qualcosa che le ha accomunate, a parte il destino beffardo che le ha fatte accadere nella stessa, caldissima, settimana di luglio, ed è su quello che vorrei soffermarmi: la reazione sui social network. La necessità spiccata, e quasi sanguigna, che ha diviso gli utenti su due fronti: accusare, puntare il dito, trovare un colpevole a tutti i costi alcuni; giustificare, scusare, intravedere complotti altri. Gli uni contro gli altri, ancora una volta, per l’ennesima volta.

Io credo che entrambi gli atteggiamenti siano figli, in realtà, di un modo di vedere le cose non troppo distante, siano figli degli stessi pregiudizi. Mi spiego meglio, anche perchè mi rendo conto che il mio è un discorso facilmente fraintendibile: all’indomani della strage di Corato, mezzo facebook, tendenzialmente quello a nord di Roma, si è sprecato in battute sull’arretratezza del sud, sul fatto che se viaggiamo ancora sulle diligenze era normale che accadesse, e qualcuno si è spinto anche a dire che in fin dei conti, era successo a Bari quindi non in Italia. Atteggiamenti e frasi deplorevoli e che fanno tanta rabbia, certo, ma a me, pugliese, i commenti che hanno fatto più male sono stati quelli dei pugliesi. Che o hanno sputato fango sulla propria regione per partito preso senza conoscere la realtà dei fatti, oppure hanno cominciato a postare le foto delle meravigliose centinaia di persone in fila per donare il sangue scrivendo frasi come “la puglia è anche questo, questa è la puglia che ci piace, noi siamo capaci anche di questo ecc ecc”. C’era davvero bisogno di farlo? Non ci si rende conto che ci si sta giustificando, e che giustificandosi si da comunque ragione a chi demarca una differenza? Io lo so benissimo di cosa sono capaci i pugliesi, e non in quanto pugliesi, ma in quanto cittadini d’Italia, d’Europa, del Mondo, dell’Universo. In quanto persone, insomma. So benissimo quanto possano essere in grado di donare se stessi e anche di più. Io non credo che ci sia davvero una differenza, si è esseri umani a tutte le latitudini, e so benissimo che la bontà dei mezzi, della volontà, degli intenti è uguale qui come a Bolzano o in Siria o in Islanda. Per questo non ho bisogno di sottolineare quanto “siamo” bravi, perchè non esiste un noi e non esiste un loro.

Ed è la stessa cosa che è successa dopo Nizza. Esattamente come dopo Bruxelles, Parigi, e via via scorrendo in una lista che si va facendo troppo lunga. Io non ho minimamente bisogno, come qualcuno ha richiesto, che “i musulmani (o gli islamici, fate voi)” prendano le distanze e si presentino davanti ad una fotocamera con un cartello con su scritto “Not In my Name”, perchè so benissimo che chi ha agito non ha agito in nome di nessuno, se non della propria follia  e cattiveria. Ugualmente non credo di dover inventare complotti (poi la storia dirà – forse – come sono andate realmente le cose) per non dovermi confrontare con chi sostiene che “i musulmani” sono tutti terroristi. Non ho bisogno di trovar loro giustificazioni perchè so che “i musulmani”, come categoria non esiste. Siamo persone, ancora una volta, esseri umani a tutte le latitudini, non esiste anche qui un “noi” e un “loro”. Siamo tutti “noi”, e l’autista di quel tir, come il pilota della Germanwings che si è schiantato contro una montagna portandosi appresso tutti i passeggeri del suo aereo, come gli attentatori di Parigi e l’assassino di Fermo non agiscono in nome di nessuno, non rappresentano nessuno e non mettono nessuno nella condizione di giustificarsi. Agiscono contro di noi, tutti, e per noi intendo un totoale di sette miliardi davvero indistinguibile. Ci perdiamo tutti allo stesso modo, ci soffriamo tutti allo stesso modo.

Cosa c’è dietro quei gesti se non la cattiveria, la follia, l’odio, la frustrazione di una vita che ormai ci annichilisce sempre di più, fomentati solo da un fanatismo che poteva essere la fede calcistica, l’orientamento sessuale, la fede politica piuttosto che quella religiosa? Le dinamiche socio-politiche-economiche dietro il terrorismo e le guerre non sono alla portata delle nostre conoscenze, purtroppo, appartengono a un mondo relegato troppo distante da tutti noi in nome degli interessi di pochi, ma il terrorismo non sfrutta nient’altro che un ideale per veicolare lo sfogo di una violenza e di una follia che appartiene a qualunque essere umano, e che in alcuni è così accentuato da diventare un’arma. Non c’è nient’altro, nessun dio, nessuna religione, nessuna fede, nessuna convinzione, che non siano tutte soltanto scuse. Ecco perchè nessuno deve doversi scusare e chiedere perdono e sottolineare che quei morti, lui, non li voleva, solo perchè crede in un dio piuttosto che in un altro.

Per quanto io odi la parola guerra, non posso negare che effettivamente, in guerra, ci siamo tutti ormai. Una guerra senza bandiere e senza eserciti, una guerra costante contro l’odio e la cattiveria, e questo è innegabile. Saremmo tutti un po’ troppo ciechi a volerlo negare. Le immagini di Nizza ci rimarranno dentro come ci sono rimaste dentro quelle di Parigi. Vogliamo davvero far finta che quando scegliamo un locale più affollato, o quando ci prepariamo per un concerto, o quando prenotiamo un aereo, per un istante non proviamo tutti un brivido di paura di fronte alla possibilità di quello che potrebbe accadere? Che non ci guardiamo intorno un po’ spaventati al primo rumore un po’ più forte? E accadrà la stessa cosa dopo Nizza. Tutti noi alzeremo gli occhi al cielo a guardare i fuochi d’artificio in maniera meno serena, alla prossima festa di paese. Però, c’è un però. Lo faremo lo stesso. Andremo ugualmente a quel concerto, per quanto affollato; sceglieremo comunque quel locale coi tavolini all’aperto; andremo comunque a guardare i fuochi d’artificio; prenderemo comunque un aereo o un treno. Non sarà più una decisione automatica e spensierata, sarà il frutto di una scelta, quella di non farsi distruggere dall’odio, o dalla violenza. Indubbiamente questo sottrae a quei gesti un po’ della loro innocenza, e li investe di un significato: è il modo in cui noi decidiamo di combattere questa “guerra”. Perchè sappiamo tutti che carri armati, bombe, mine antiuomo e armi, eserciti e flotte navali, non portano altro che ulteriore odio e violenza, mentre una scelta così quotidiana, così normale, come andare a mangiare fuori o viaggiare o continuare ad avere fiducia può davvero farci vincere questa guerra. Può costarci la vita, ma può farci trionfare. E per noi intendo “noi” sette miliardi, noi potenziali vittime, noi esseri umani che non cediamo all’odio e alla cattiveria. Che siamo uomini o donne, che crediamo in un dio piuttosto che in un altro, che viviamo a sud o a nord dell’Equatore, davvero, non conta assolutamente nulla.

Caro Giulio, sei stato fortunato

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Caro Giulio,

di solito odio utilizzare i nomi propri dei protagonisti dei casi di cronica, mi sembra in qualche modo una spersonalizzazione. Il piccolo Tommy, la piccola Yara, la piccola Sara, sono espressioni che non sopporto, suggeriscono una mancanza di rispetto e un’attenzione morbosa più per l’aspetto mediatico delle vicende che per le storie coinvolte. Ma per te farò un’eccezione.

Un po’ perchè effettivamente in uno dei mondi possibili avrei potuto conoscerti, avremmo potuto studiare insieme, avrei potuto doverti salutare per la tua partenza per l’Egitto nel corso di una delle solite feste d’addio per l’amico di turno che va ad inseguire la propria carriera all’estero, mostrando il coraggio che a te manca. In uno dei mondi possibili la tua storia sarebbe potuta essere fino ad un certo punto anche la mia, sai, anche a me piacciono i gatti. E poi anche perchè so che per quello che sto per dirti avresti, voluto essere chiamato per nome.

Non so immaginare nulla di più terribile di quello che è accaduto a te. Non so pensare a niente di più terrorizzante di essere prelevato da sconosciuti in un Paese straniero, a miglia da casa, e di essere “violentato” nella tua integrità fisica da sconosciuti col volto coperto, conscio che niente e nessuno possono salvarti, scoprendo improvvisamente che morire non è l’alternativa peggiore possibile. Non riesco a pensare ad un’angoscia peggiore di quella che hanno dovuto provare i tuoi genitori, i tuoi famigliari, i tuoi amici, perfino i tuoi colleghi. Non riesco a concepire un supplizio peggiore per un essere umano. Eppure, so che qualcosa di peggio c’è. Per questo, per quanto assurdo possa sembrare, sono costretta a dirti che sei stato anche fortunato.

Perchè? Perchè sei stato torturato a morte in un Paese che non è l’Italia e da divise che non sono quelle della polizia, dei carabinieri, della polizia penitenziaria italiana. Chiariamo subito una cosa: non penso affatto che le nostre forze dell’ordine siano una manica di torturatori di professione. Credo però che nelle celle italiane a volte si abusi dei detenuti (o dei fermati), che a volte l’abuso diventi tortura e a volte la tortura termini nella morte. E fin qui niente di diverso da quello che è accaduto a te, la sofferenza e la morte sono uguali in qualsiasi angolo del mondo e per mano di chiunque.

La differenza comincia dopo.

La tua storia ci sta mostrando quanto possiamo essere umani, in modo paradossale. Di fronte al tuo dolore non abbiamo voltato lo sguardo, abbiamo spigato striscioni chiedendo verità, abbiamo firmato petizioni, abbiamo scelto da che parte stare senza tentennamenti. Abbiamo guardato il volto di tua madre e abbiamo pensato alla nostra, abbiamo capito la tragedia che un volto così dolce sta affrontando e con quanta forza e determinazione può convivere con il lembo di cuore che è morto con te e chiedere al mondo giustizia. L’abbiamo sostenuta, attraverso capi di governo indignati, manifestazioni, dichiarazioni pubbliche, e tu ci sei entrato nel cuore. Sei diventato nostro fratello, nostro amico, nostro figlio, la causa dei tuoi genitori è diventata la nostra e saremmo tutti pronti a qualsiasi sacrificio pur di sapere cosa ti è accaduto e di vedere i tuoi responsabili. In questo sei stato fortunato.

Sai cosa sarebbe potuto accadere, se la tua morte fosse avvenuta nella cella di un commissariato di Varese, di un ospedale penitenziario romano, di un carcere siciliano? Avrebbero detto di te che in fin dei conti eri solo un tossico, anche se magari hai solo fumato qualche canna da giovane, e a dire il vero anche se non l’hai fatto. Scrivevi per il Manifesto, no? Un comunista, anzi no, uno dei centri sociali. E si sa, che vita si fa nei centri sociali. Avrebbero detto di te che non solo passavi il tuo tempo a scoppiarti in qualche circolo di comunisti, ma che non ti parlavi con la tua famiglia, che vivevi per strada, che frequentavi gli ambienti degli ultrà negli stadi, che eri un “frocio” di quelli che va a gay pride e finisce ogni sera a letto con uno diverso pur di tirare su  qualche grammo di coca, che la droga ti aveva fritto il cervello e ormai eri uno schizofrenico, che quando sei finito in quella cella ti sei fatto del male da solo fino a morire. Che sei caduto dalle scale perchè eri troppo fatto. Che hai minacciato questo o quel poliziotto che si è dovuto difendere, massacrandoti di botte fino ad ucciderti. Insomma, in fin dei conti, quella morte atroce te la sei cercata. Avrebbero indagato in ogni angolo della tua vita, avrebbero inventato dettagli di una perversione inesistente pur di vedere nel tuo corpo martoriato e denudato di ogni dignità l’innocenza di un altro corpo, quello di chi quotidianamente ci difende e quindi non può essere messo in discussione.

Come hanno fatto con Carlo Giuliani, con Gabriele Sandri, con Stefano Cucchi, con Federico Aldrovandi, con Giuseppe Uva, con Carlo Saturno. Se poi fossi stato uno straniero, un immigrato, un musulmano, probabilmente non si sarebbero neanche scomodati ad infangarti tanto, il tuo nome e la tua storia non sarebbero finiti se non su qualche report di qualche associazione di “zecche comuniste”.

Avrebbero dato a tua madre, che chiede per te verità, della esaltata che sta cercando solo un po’ di notorietà, probabilmente la forza armata di turno l’avrebbe querelata e denunciata per diffamazione. Avrebbero detto di tuo padre  che aveva fallito nel compito di educarti.

Come hanno fatto con Heidi e Giuliano Giuliani, con con Ilaria Cucchi, con Cristiano Sandri, con Lino e Patrizia Aldrovandi.

Quelli che oggi si indignano delle bugie dell’Egitto e ritirano l’ambasciatore, avrebbero gioito dell’ennesima assoluzione e del solito insabbiamento, avrebbero brandito prove costruite ad hoc annunciando al mondo che la verginità della democrazia, dello stato di diritto e delle sue forze armate rimaneva intatta.

Capisci ora, perchè sei stato fortunato?

Gli unici a non poter essere fortunati mai, in nessuna di queste occasioni, siamo noi. Che abbiamo perso i nostri figli, fratelli, amici, e insieme con loro, ogni volta che abbiamo ripetuto una delle scuse che sono stati costruite, una delle giustificazioni che ci sono state propinate, per sentirci meno colpevoli, abbiamo perso un pezzo della nostra dignità. Ogni volta che abbiamo usato una di quelle bugie, o una di quelle verità, per mettere sul piatto della bilancia una vita e ritenere che no, in fin dei conti pesava di meno della sicurezza e della integrità di questo stato, abbiamo ucciso te e i tuoi colleghi di sventura un’altra volta.

Sai, mi piace immaginare due mondi possibili. Uno in cui niente di tutto questo sia mai successo, in cui tu sei ancora il ricercatore appassionato che eri, in cui chiami casa in Italia per rassicurare i tuoi genitori, in cui fai una videochiamata con i tuoi amici per raccontare dell’Egitto e invitarli a passare una settimana lì con te. In cui progetti un futuro immediato, e uno più a lungo termine. In cui Ilaria Cucchi si prende cura del fratello per aiutarlo a superare la tossicodipendenza. In cui Lino e Patrizia Aldrovandi organizzano una festa di laurea per il figlio, in cui la sorella di Giuseppe Uva fa da baby sitter ai nipotini, e in cui tutti noi non siamo colpevoli dello schifo di cui ci hanno resi (e di cui ci siamo resi) strumento.

E uno in cui purtroppo quello che è accaduto è accaduto, e tu adesso condividi lo stesso angolo di paradiso con chi è stato torturato a morte come te. Un mondo in cui, però, tutti noi piangiamo la tua morte e chiediamo verità per te con lo stesso dolore e la stessa determinazione con cui lo facciamo per chiunque ha perso il futuro come è accaduto a te. In cui le bugie che ci ha propinato l’Egitto ci indignano e ci fanno gridare allo scandalo come quelle che ha inventato l’Italia. In cui vogliamo conoscere nomi e cognomi dei colpevoli, e vedere scritta una parola di giustizia. Senza farci distrarre dalla bandiera sulla divisa di chi vi ha ucciso.

 

Si fa presto a dire Donna

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Mi sveglio questa mattina, la data è inequivocabile. E anche non lo fosse, la mia bacheca di facebook che si riempie di mimose e di frasi una uguale all’altra non lascia spazio ad alcun dubbio: 8 marzo, la famosissima, e temutissima, festa delle donne. Leggo un serie di ovvietà che non fanno altro che convincermi che la strada per la parità di genere è ancora lunga; mi ritornano in mente centinaia di conversazioni, osservazioni, riflessioni, frasi, lette, dette o sentite in decine di contesti diversi, e provo a fare un po’ di ordine in questo groviglio di pensieri che mi affollano la testa, mettendole nero su bianco.

Potrei snocciolare numeri e dati, proporre una riflessione sugli stessi, servirmi delle statistiche per parlare di quanto ancora ci sia da fare, ma non credo che ci sia davvero bisogno di sapere che solo il 46,1 % delle donne, in Italia, lavora, valore che scende drasticamente al sud, e che solo a Malta si registrano dati peggiori (fonte: ISTAT). O che il tasso di occupazione dei laureati con figli è del 72% fra le donne, a fronte dell’89% fra gli uomini (fonte: Almalaurea). Credo che ognuna di noi, nel quotidiano, sperimenti con estrema facilità che non sempre essere donna sia questo gran valore aggiunto.

Lo dico tranquillamente in questa giornata internazionale della donna, che mi sono domandata spesso se ero contenta o meno di non essere nata maschio. E la risposta non sempre è stata positiva, perchè credo davvero che la nostra società sia ancora estremamente maschiocentrica. E non ho paura di dire che spesso gli uomini al centro di tutto li mettiamo proprio noi donne. Quando e come sia possibile?

  1. Ogni volta in cui, per parlare di una donna che conosciamo o che stimiamo, diciamo “quella lì, ha le palle”, e implicitamente stiamo dando per scontato che per essere di successo, riuscire, affermarsi, sia necessario “avere le palle”, e cioè essere uomo.
  2. Ogni volta in cui li giustifichiamo. Sempre, comunque, a prescindere da qualsiasi valutazione, e siamo pronte a darci la colpa. Se non ci ama più, è perchè gli abbiamo fatto mancare qualcosa. Se a cinquant’anni ci lascia per una ventenne, che ci vogliamo fare, vuoi mettere quanto è affascinante un uomo con la maturità e quanto invece è meno attraente il corpo di una giovanotta in bikini rispetto al nostro? Se ci ha tradito, è colpa dell’altra che ha fatto la poco di buono. Eccetera eccetera…
  3. Ogni volta in cui parliamo di maternità, e non di genitorialità. E non aggiungo altro perchè sarebbe troppo lungo spiegare che il figlio non è una prerogativa femminile, quindi il congedo parentale dal lavoro si potrebbe tranquillamente, come si fa in Norvegia, assegnare al genitore che guadagna di meno, sia esso l’uomo o la donna (posto che in Norvegia i stipendi sono alla pari, traguardo che in Italia è ancora lontanissimo da raggiungere).
  4. Ogni volta in cui siamo pronte a giudicare un’altra donna. “Quella, che ha l’amante, è una puttana”. “Possibile che quella lì, che lavora e ha due bambini, non è in grado di mantenere la casa al punto tale da farsi aiutare da una governante?” “Com’è, quella lì non vuole figli? Sarà sicuramente sterile!” “Quella ha raggiunto quel posto importante? L’avrà sicuramente data via!” Sono queste le frasi che davvero ci uccidono. Che ci feriscono, ci umiliano, ci sviliscono, ci degradano. Quante volte le avrete sentite, o le avrete pensate? E quante volte le avrete sentite dire da un uomo, e quante volte invece da una donna?

Lo so, è scomodo dire che forse la colpa del fatto che ancora non riusciamo a esprimere tutto il nostro potenziale, a spiccare il volo, a raggiungere le vette che sono alla nostra portata, non è tutta degli uomini, ma un po’ anche nostra. Perchè il vero problema è che quando giudichiamo un’altra donna, inevitabilmente, stiamo giudicando anche noi stesse, e ci stiamo mettendo nella condizione di dover per forza essere perfette in tutto, per non dover subire denigrazioni e poterci sentire “degne”. Questo ci ingabbia in delle categorie che non sempre ci rispecchiano e che uccidono la nostra creatività, il nostro istinto, la nostra forza, la nostra bellezza.

Siate più indulgenti, con le altre e con voi stesse. Non dovete essere perfette in tutto, lì dove agli uomini è chiesto soltanto di essere, come se tutto gli fosse dovuto. Le fragilità, le debolezze, gli insuccessi, le ferite, non fanno di voi delle donne che hanno sbagliato in qualcosa, delle donne che non meritano qualcosa, delle donne che devono ancora dare, fare, dimostrare: fanno di voi delle persone, normalissime persone che camminano, inciampano, cadono e si rialzano come tutte le altre.

E soprattutto, non pensatevi soltanto come donne. Non è questa la prima cosa importante che si dovrà dire di voi.

Io non so dove mi porterà la vita domani. Non so se diventerò una commessa, una professoressa, un giudice o il presidente della Repubblica. Di una cosa però sono certa: che di me voglio si potrà dire se sono stata o meno una brava professionista. Se ho lasciato un segno nelle persone che ho incontrato, se ho dato un apporto a questa società, se avrò cresciuto nei miei figli dei cittadini degni. Non che io sia una donna. Quello che significa per me essere donna me lo porto dentro e influenza le mie scelte, mi aiuta ad affrontare la vita giorno per giorno e mi rende me stessa, ma non è questo quello che deve discriminare il mio modo di relazionarmi con il mondo.