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Mi sveglio questa mattina, la data è inequivocabile. E anche non lo fosse, la mia bacheca di facebook che si riempie di mimose e di frasi una uguale all’altra non lascia spazio ad alcun dubbio: 8 marzo, la famosissima, e temutissima, festa delle donne. Leggo un serie di ovvietà che non fanno altro che convincermi che la strada per la parità di genere è ancora lunga; mi ritornano in mente centinaia di conversazioni, osservazioni, riflessioni, frasi, lette, dette o sentite in decine di contesti diversi, e provo a fare un po’ di ordine in questo groviglio di pensieri che mi affollano la testa, mettendole nero su bianco.

Potrei snocciolare numeri e dati, proporre una riflessione sugli stessi, servirmi delle statistiche per parlare di quanto ancora ci sia da fare, ma non credo che ci sia davvero bisogno di sapere che solo il 46,1 % delle donne, in Italia, lavora, valore che scende drasticamente al sud, e che solo a Malta si registrano dati peggiori (fonte: ISTAT). O che il tasso di occupazione dei laureati con figli è del 72% fra le donne, a fronte dell’89% fra gli uomini (fonte: Almalaurea). Credo che ognuna di noi, nel quotidiano, sperimenti con estrema facilità che non sempre essere donna sia questo gran valore aggiunto.

Lo dico tranquillamente in questa giornata internazionale della donna, che mi sono domandata spesso se ero contenta o meno di non essere nata maschio. E la risposta non sempre è stata positiva, perchè credo davvero che la nostra società sia ancora estremamente maschiocentrica. E non ho paura di dire che spesso gli uomini al centro di tutto li mettiamo proprio noi donne. Quando e come sia possibile?

  1. Ogni volta in cui, per parlare di una donna che conosciamo o che stimiamo, diciamo “quella lì, ha le palle”, e implicitamente stiamo dando per scontato che per essere di successo, riuscire, affermarsi, sia necessario “avere le palle”, e cioè essere uomo.
  2. Ogni volta in cui li giustifichiamo. Sempre, comunque, a prescindere da qualsiasi valutazione, e siamo pronte a darci la colpa. Se non ci ama più, è perchè gli abbiamo fatto mancare qualcosa. Se a cinquant’anni ci lascia per una ventenne, che ci vogliamo fare, vuoi mettere quanto è affascinante un uomo con la maturità e quanto invece è meno attraente il corpo di una giovanotta in bikini rispetto al nostro? Se ci ha tradito, è colpa dell’altra che ha fatto la poco di buono. Eccetera eccetera…
  3. Ogni volta in cui parliamo di maternità, e non di genitorialità. E non aggiungo altro perchè sarebbe troppo lungo spiegare che il figlio non è una prerogativa femminile, quindi il congedo parentale dal lavoro si potrebbe tranquillamente, come si fa in Norvegia, assegnare al genitore che guadagna di meno, sia esso l’uomo o la donna (posto che in Norvegia i stipendi sono alla pari, traguardo che in Italia è ancora lontanissimo da raggiungere).
  4. Ogni volta in cui siamo pronte a giudicare un’altra donna. “Quella, che ha l’amante, è una puttana”. “Possibile che quella lì, che lavora e ha due bambini, non è in grado di mantenere la casa al punto tale da farsi aiutare da una governante?” “Com’è, quella lì non vuole figli? Sarà sicuramente sterile!” “Quella ha raggiunto quel posto importante? L’avrà sicuramente data via!” Sono queste le frasi che davvero ci uccidono. Che ci feriscono, ci umiliano, ci sviliscono, ci degradano. Quante volte le avrete sentite, o le avrete pensate? E quante volte le avrete sentite dire da un uomo, e quante volte invece da una donna?

Lo so, è scomodo dire che forse la colpa del fatto che ancora non riusciamo a esprimere tutto il nostro potenziale, a spiccare il volo, a raggiungere le vette che sono alla nostra portata, non è tutta degli uomini, ma un po’ anche nostra. Perchè il vero problema è che quando giudichiamo un’altra donna, inevitabilmente, stiamo giudicando anche noi stesse, e ci stiamo mettendo nella condizione di dover per forza essere perfette in tutto, per non dover subire denigrazioni e poterci sentire “degne”. Questo ci ingabbia in delle categorie che non sempre ci rispecchiano e che uccidono la nostra creatività, il nostro istinto, la nostra forza, la nostra bellezza.

Siate più indulgenti, con le altre e con voi stesse. Non dovete essere perfette in tutto, lì dove agli uomini è chiesto soltanto di essere, come se tutto gli fosse dovuto. Le fragilità, le debolezze, gli insuccessi, le ferite, non fanno di voi delle donne che hanno sbagliato in qualcosa, delle donne che non meritano qualcosa, delle donne che devono ancora dare, fare, dimostrare: fanno di voi delle persone, normalissime persone che camminano, inciampano, cadono e si rialzano come tutte le altre.

E soprattutto, non pensatevi soltanto come donne. Non è questa la prima cosa importante che si dovrà dire di voi.

Io non so dove mi porterà la vita domani. Non so se diventerò una commessa, una professoressa, un giudice o il presidente della Repubblica. Di una cosa però sono certa: che di me voglio si potrà dire se sono stata o meno una brava professionista. Se ho lasciato un segno nelle persone che ho incontrato, se ho dato un apporto a questa società, se avrò cresciuto nei miei figli dei cittadini degni. Non che io sia una donna. Quello che significa per me essere donna me lo porto dentro e influenza le mie scelte, mi aiuta ad affrontare la vita giorno per giorno e mi rende me stessa, ma non è questo quello che deve discriminare il mio modo di relazionarmi con il mondo.

 

 

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