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Caro Giulio,

di solito odio utilizzare i nomi propri dei protagonisti dei casi di cronica, mi sembra in qualche modo una spersonalizzazione. Il piccolo Tommy, la piccola Yara, la piccola Sara, sono espressioni che non sopporto, suggeriscono una mancanza di rispetto e un’attenzione morbosa più per l’aspetto mediatico delle vicende che per le storie coinvolte. Ma per te farò un’eccezione.

Un po’ perchè effettivamente in uno dei mondi possibili avrei potuto conoscerti, avremmo potuto studiare insieme, avrei potuto doverti salutare per la tua partenza per l’Egitto nel corso di una delle solite feste d’addio per l’amico di turno che va ad inseguire la propria carriera all’estero, mostrando il coraggio che a te manca. In uno dei mondi possibili la tua storia sarebbe potuta essere fino ad un certo punto anche la mia, sai, anche a me piacciono i gatti. E poi anche perchè so che per quello che sto per dirti avresti, voluto essere chiamato per nome.

Non so immaginare nulla di più terribile di quello che è accaduto a te. Non so pensare a niente di più terrorizzante di essere prelevato da sconosciuti in un Paese straniero, a miglia da casa, e di essere “violentato” nella tua integrità fisica da sconosciuti col volto coperto, conscio che niente e nessuno possono salvarti, scoprendo improvvisamente che morire non è l’alternativa peggiore possibile. Non riesco a pensare ad un’angoscia peggiore di quella che hanno dovuto provare i tuoi genitori, i tuoi famigliari, i tuoi amici, perfino i tuoi colleghi. Non riesco a concepire un supplizio peggiore per un essere umano. Eppure, so che qualcosa di peggio c’è. Per questo, per quanto assurdo possa sembrare, sono costretta a dirti che sei stato anche fortunato.

Perchè? Perchè sei stato torturato a morte in un Paese che non è l’Italia e da divise che non sono quelle della polizia, dei carabinieri, della polizia penitenziaria italiana. Chiariamo subito una cosa: non penso affatto che le nostre forze dell’ordine siano una manica di torturatori di professione. Credo però che nelle celle italiane a volte si abusi dei detenuti (o dei fermati), che a volte l’abuso diventi tortura e a volte la tortura termini nella morte. E fin qui niente di diverso da quello che è accaduto a te, la sofferenza e la morte sono uguali in qualsiasi angolo del mondo e per mano di chiunque.

La differenza comincia dopo.

La tua storia ci sta mostrando quanto possiamo essere umani, in modo paradossale. Di fronte al tuo dolore non abbiamo voltato lo sguardo, abbiamo spigato striscioni chiedendo verità, abbiamo firmato petizioni, abbiamo scelto da che parte stare senza tentennamenti. Abbiamo guardato il volto di tua madre e abbiamo pensato alla nostra, abbiamo capito la tragedia che un volto così dolce sta affrontando e con quanta forza e determinazione può convivere con il lembo di cuore che è morto con te e chiedere al mondo giustizia. L’abbiamo sostenuta, attraverso capi di governo indignati, manifestazioni, dichiarazioni pubbliche, e tu ci sei entrato nel cuore. Sei diventato nostro fratello, nostro amico, nostro figlio, la causa dei tuoi genitori è diventata la nostra e saremmo tutti pronti a qualsiasi sacrificio pur di sapere cosa ti è accaduto e di vedere i tuoi responsabili. In questo sei stato fortunato.

Sai cosa sarebbe potuto accadere, se la tua morte fosse avvenuta nella cella di un commissariato di Varese, di un ospedale penitenziario romano, di un carcere siciliano? Avrebbero detto di te che in fin dei conti eri solo un tossico, anche se magari hai solo fumato qualche canna da giovane, e a dire il vero anche se non l’hai fatto. Scrivevi per il Manifesto, no? Un comunista, anzi no, uno dei centri sociali. E si sa, che vita si fa nei centri sociali. Avrebbero detto di te che non solo passavi il tuo tempo a scoppiarti in qualche circolo di comunisti, ma che non ti parlavi con la tua famiglia, che vivevi per strada, che frequentavi gli ambienti degli ultrà negli stadi, che eri un “frocio” di quelli che va a gay pride e finisce ogni sera a letto con uno diverso pur di tirare su  qualche grammo di coca, che la droga ti aveva fritto il cervello e ormai eri uno schizofrenico, che quando sei finito in quella cella ti sei fatto del male da solo fino a morire. Che sei caduto dalle scale perchè eri troppo fatto. Che hai minacciato questo o quel poliziotto che si è dovuto difendere, massacrandoti di botte fino ad ucciderti. Insomma, in fin dei conti, quella morte atroce te la sei cercata. Avrebbero indagato in ogni angolo della tua vita, avrebbero inventato dettagli di una perversione inesistente pur di vedere nel tuo corpo martoriato e denudato di ogni dignità l’innocenza di un altro corpo, quello di chi quotidianamente ci difende e quindi non può essere messo in discussione.

Come hanno fatto con Carlo Giuliani, con Gabriele Sandri, con Stefano Cucchi, con Federico Aldrovandi, con Giuseppe Uva, con Carlo Saturno. Se poi fossi stato uno straniero, un immigrato, un musulmano, probabilmente non si sarebbero neanche scomodati ad infangarti tanto, il tuo nome e la tua storia non sarebbero finiti se non su qualche report di qualche associazione di “zecche comuniste”.

Avrebbero dato a tua madre, che chiede per te verità, della esaltata che sta cercando solo un po’ di notorietà, probabilmente la forza armata di turno l’avrebbe querelata e denunciata per diffamazione. Avrebbero detto di tuo padre  che aveva fallito nel compito di educarti.

Come hanno fatto con Heidi e Giuliano Giuliani, con con Ilaria Cucchi, con Cristiano Sandri, con Lino e Patrizia Aldrovandi.

Quelli che oggi si indignano delle bugie dell’Egitto e ritirano l’ambasciatore, avrebbero gioito dell’ennesima assoluzione e del solito insabbiamento, avrebbero brandito prove costruite ad hoc annunciando al mondo che la verginità della democrazia, dello stato di diritto e delle sue forze armate rimaneva intatta.

Capisci ora, perchè sei stato fortunato?

Gli unici a non poter essere fortunati mai, in nessuna di queste occasioni, siamo noi. Che abbiamo perso i nostri figli, fratelli, amici, e insieme con loro, ogni volta che abbiamo ripetuto una delle scuse che sono stati costruite, una delle giustificazioni che ci sono state propinate, per sentirci meno colpevoli, abbiamo perso un pezzo della nostra dignità. Ogni volta che abbiamo usato una di quelle bugie, o una di quelle verità, per mettere sul piatto della bilancia una vita e ritenere che no, in fin dei conti pesava di meno della sicurezza e della integrità di questo stato, abbiamo ucciso te e i tuoi colleghi di sventura un’altra volta.

Sai, mi piace immaginare due mondi possibili. Uno in cui niente di tutto questo sia mai successo, in cui tu sei ancora il ricercatore appassionato che eri, in cui chiami casa in Italia per rassicurare i tuoi genitori, in cui fai una videochiamata con i tuoi amici per raccontare dell’Egitto e invitarli a passare una settimana lì con te. In cui progetti un futuro immediato, e uno più a lungo termine. In cui Ilaria Cucchi si prende cura del fratello per aiutarlo a superare la tossicodipendenza. In cui Lino e Patrizia Aldrovandi organizzano una festa di laurea per il figlio, in cui la sorella di Giuseppe Uva fa da baby sitter ai nipotini, e in cui tutti noi non siamo colpevoli dello schifo di cui ci hanno resi (e di cui ci siamo resi) strumento.

E uno in cui purtroppo quello che è accaduto è accaduto, e tu adesso condividi lo stesso angolo di paradiso con chi è stato torturato a morte come te. Un mondo in cui, però, tutti noi piangiamo la tua morte e chiediamo verità per te con lo stesso dolore e la stessa determinazione con cui lo facciamo per chiunque ha perso il futuro come è accaduto a te. In cui le bugie che ci ha propinato l’Egitto ci indignano e ci fanno gridare allo scandalo come quelle che ha inventato l’Italia. In cui vogliamo conoscere nomi e cognomi dei colpevoli, e vedere scritta una parola di giustizia. Senza farci distrarre dalla bandiera sulla divisa di chi vi ha ucciso.

 

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