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Ho aperto gli occhi ancora una volta in un mondo che non era più quello del giorno prima. Sono andata a dormire alle 3, la notte dell’attentato di Nizza, perchè mentre prendevo posto nel mio letto era partita l’ennesima edizione straordinaria del TG che mi aveva tenuta incollata allo schermo del televisore e mi aveva impedito, per un po’, di addormentarmi. E la mattina dopo, ancora una volta mi sono svegliata con la consapevolezza che niente fosse esattamente come ventiquattr’ore prima, nonostante tutto sembrasse uguale a se stesso.

Questa volta, però, non ho voluto scrivere nulla se non dopo averci riflettuto sopra per un po’. Mi sono data il tempo di metabolizzare quello che era successo, di commuovermi davanti al racconto di figli tornati dai propri lavori in giro per il mondo per cercare i genitori fra le corsie d’ospedale che accoglievano i feriti della strage della Promenades des Anglais, o guardando i funerali di Stato a Corato per le vittime del disastro ferroviario che aveva colpito, poche ore prima, la Puglia. Che comunque è pur sempre la “mia” Puglia. Prima di cercare giustificazioni, complotti, argomentazioni politiche e sociali contro il revival dei sentimenti guerrafondai che infiamma i social all’indomani di eventi come quello di Nizza, prima di prendere una posizione, questa volta, mi sono concentrata sulle vittime. Ho seguito una strada diversa: prima di gridare a questo o a quello scandalo, prima di difendere qualcuno o qualcun altro, mi sono lasciata andare per un po’ al dolore. Credo che ci concentriamo sugli aspetti politici di una vicenda, sulla battaglia da ingaggiare su facebook o su twitter con questo o quel razzista o salviniano in casi come questi, anche per non riflettere appieno su quello che è accaduto, per evitare di confrontarci con la disperazione di una festa finita in tragedia. Strepitiamo e urliamo ragioni e insulti, in queste situazioni, per coprire istintivamente il suono dello strazio e delle lacrime di chi ha perso davvero tutto e con cui non vogliamo, realmente, confrontarci. Quindi, questa volta, per un po’ ho preferito restare in silenzio e ascoltare quelle lacrime.

E farle mie. Perchè c’è un filo rosso che accomuna il dramma di Nizza con quello di Corato: la sensazione netta, vivissima, che potevo esserci anche io in quel momento su quel lungomare a guardare quei fuochi o su quel binario a tornare a casa dopo essere andata all’Università. E non perchè sia mai stata a Nizza o a Corato, ma perchè se chiudo gli occhi mi ci rivedo ventimila volte, mano nella mano con i miei genitori da piccola, o con le amiche a scherzare da grande, a camminare in piena festa patronale illuminata come fosse giorno, naso in su a guardare i fuochi d’artificio. E non puoi neanche lontanamente immaginare che qualcuno possa farti del male in un momento così bello, forse per l’illusione stupida che non si possa distruggere la bellezza con tanta facilità. Insomma, ti sembra impossibile che qualcuno prenda un coltello e distrugga con due squarci netti “Il bacio” di Klimt, no? Ecco, una serata d’estate e una festa in città sono belle come un quadro di Klimt. E devono rimanere belle. Non c’è spazio, nel tuo cuore, per la distruzione e l’orrore, in tutta quella bellezza. E ugualmente mi ci rivedo ventimila volte e una sul sedile di un treno che viaggia su un binario unico, mentre torno a qualcuna delle mie case. E non puoi immaginare che la tua vita finisca lì, così, mentre stai viaggiando verso qualcosa.

Sono due stragi così lontane nelle forme e nelle dinamiche e nei contesti da non potersi minimamente accostare, lo so, eppure c’è stato qualcosa che le ha accomunate, a parte il destino beffardo che le ha fatte accadere nella stessa, caldissima, settimana di luglio, ed è su quello che vorrei soffermarmi: la reazione sui social network. La necessità spiccata, e quasi sanguigna, che ha diviso gli utenti su due fronti: accusare, puntare il dito, trovare un colpevole a tutti i costi alcuni; giustificare, scusare, intravedere complotti altri. Gli uni contro gli altri, ancora una volta, per l’ennesima volta.

Io credo che entrambi gli atteggiamenti siano figli, in realtà, di un modo di vedere le cose non troppo distante, siano figli degli stessi pregiudizi. Mi spiego meglio, anche perchè mi rendo conto che il mio è un discorso facilmente fraintendibile: all’indomani della strage di Corato, mezzo facebook, tendenzialmente quello a nord di Roma, si è sprecato in battute sull’arretratezza del sud, sul fatto che se viaggiamo ancora sulle diligenze era normale che accadesse, e qualcuno si è spinto anche a dire che in fin dei conti, era successo a Bari quindi non in Italia. Atteggiamenti e frasi deplorevoli e che fanno tanta rabbia, certo, ma a me, pugliese, i commenti che hanno fatto più male sono stati quelli dei pugliesi. Che o hanno sputato fango sulla propria regione per partito preso senza conoscere la realtà dei fatti, oppure hanno cominciato a postare le foto delle meravigliose centinaia di persone in fila per donare il sangue scrivendo frasi come “la puglia è anche questo, questa è la puglia che ci piace, noi siamo capaci anche di questo ecc ecc”. C’era davvero bisogno di farlo? Non ci si rende conto che ci si sta giustificando, e che giustificandosi si da comunque ragione a chi demarca una differenza? Io lo so benissimo di cosa sono capaci i pugliesi, e non in quanto pugliesi, ma in quanto cittadini d’Italia, d’Europa, del Mondo, dell’Universo. In quanto persone, insomma. So benissimo quanto possano essere in grado di donare se stessi e anche di più. Io non credo che ci sia davvero una differenza, si è esseri umani a tutte le latitudini, e so benissimo che la bontà dei mezzi, della volontà, degli intenti è uguale qui come a Bolzano o in Siria o in Islanda. Per questo non ho bisogno di sottolineare quanto “siamo” bravi, perchè non esiste un noi e non esiste un loro.

Ed è la stessa cosa che è successa dopo Nizza. Esattamente come dopo Bruxelles, Parigi, e via via scorrendo in una lista che si va facendo troppo lunga. Io non ho minimamente bisogno, come qualcuno ha richiesto, che “i musulmani (o gli islamici, fate voi)” prendano le distanze e si presentino davanti ad una fotocamera con un cartello con su scritto “Not In my Name”, perchè so benissimo che chi ha agito non ha agito in nome di nessuno, se non della propria follia  e cattiveria. Ugualmente non credo di dover inventare complotti (poi la storia dirà – forse – come sono andate realmente le cose) per non dovermi confrontare con chi sostiene che “i musulmani” sono tutti terroristi. Non ho bisogno di trovar loro giustificazioni perchè so che “i musulmani”, come categoria non esiste. Siamo persone, ancora una volta, esseri umani a tutte le latitudini, non esiste anche qui un “noi” e un “loro”. Siamo tutti “noi”, e l’autista di quel tir, come il pilota della Germanwings che si è schiantato contro una montagna portandosi appresso tutti i passeggeri del suo aereo, come gli attentatori di Parigi e l’assassino di Fermo non agiscono in nome di nessuno, non rappresentano nessuno e non mettono nessuno nella condizione di giustificarsi. Agiscono contro di noi, tutti, e per noi intendo un totoale di sette miliardi davvero indistinguibile. Ci perdiamo tutti allo stesso modo, ci soffriamo tutti allo stesso modo.

Cosa c’è dietro quei gesti se non la cattiveria, la follia, l’odio, la frustrazione di una vita che ormai ci annichilisce sempre di più, fomentati solo da un fanatismo che poteva essere la fede calcistica, l’orientamento sessuale, la fede politica piuttosto che quella religiosa? Le dinamiche socio-politiche-economiche dietro il terrorismo e le guerre non sono alla portata delle nostre conoscenze, purtroppo, appartengono a un mondo relegato troppo distante da tutti noi in nome degli interessi di pochi, ma il terrorismo non sfrutta nient’altro che un ideale per veicolare lo sfogo di una violenza e di una follia che appartiene a qualunque essere umano, e che in alcuni è così accentuato da diventare un’arma. Non c’è nient’altro, nessun dio, nessuna religione, nessuna fede, nessuna convinzione, che non siano tutte soltanto scuse. Ecco perchè nessuno deve doversi scusare e chiedere perdono e sottolineare che quei morti, lui, non li voleva, solo perchè crede in un dio piuttosto che in un altro.

Per quanto io odi la parola guerra, non posso negare che effettivamente, in guerra, ci siamo tutti ormai. Una guerra senza bandiere e senza eserciti, una guerra costante contro l’odio e la cattiveria, e questo è innegabile. Saremmo tutti un po’ troppo ciechi a volerlo negare. Le immagini di Nizza ci rimarranno dentro come ci sono rimaste dentro quelle di Parigi. Vogliamo davvero far finta che quando scegliamo un locale più affollato, o quando ci prepariamo per un concerto, o quando prenotiamo un aereo, per un istante non proviamo tutti un brivido di paura di fronte alla possibilità di quello che potrebbe accadere? Che non ci guardiamo intorno un po’ spaventati al primo rumore un po’ più forte? E accadrà la stessa cosa dopo Nizza. Tutti noi alzeremo gli occhi al cielo a guardare i fuochi d’artificio in maniera meno serena, alla prossima festa di paese. Però, c’è un però. Lo faremo lo stesso. Andremo ugualmente a quel concerto, per quanto affollato; sceglieremo comunque quel locale coi tavolini all’aperto; andremo comunque a guardare i fuochi d’artificio; prenderemo comunque un aereo o un treno. Non sarà più una decisione automatica e spensierata, sarà il frutto di una scelta, quella di non farsi distruggere dall’odio, o dalla violenza. Indubbiamente questo sottrae a quei gesti un po’ della loro innocenza, e li investe di un significato: è il modo in cui noi decidiamo di combattere questa “guerra”. Perchè sappiamo tutti che carri armati, bombe, mine antiuomo e armi, eserciti e flotte navali, non portano altro che ulteriore odio e violenza, mentre una scelta così quotidiana, così normale, come andare a mangiare fuori o viaggiare o continuare ad avere fiducia può davvero farci vincere questa guerra. Può costarci la vita, ma può farci trionfare. E per noi intendo “noi” sette miliardi, noi potenziali vittime, noi esseri umani che non cediamo all’odio e alla cattiveria. Che siamo uomini o donne, che crediamo in un dio piuttosto che in un altro, che viviamo a sud o a nord dell’Equatore, davvero, non conta assolutamente nulla.

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